M’indigno molto meno di un tempo. Mi sono assuefatto allo sfascio e al ridicolo. Quando si sorride per le cose che non vanno, non c’è più spazio per la rabbia, che invece sarebbe ancora tanto utile. Io tifo di più per l’autoironia, il guardare se stessi da un’altra angolazione, cercando di capire qualcosa in più di ciò che siamo. L’ironia ci deve coinvolgere, altrimenti si trasforma in sarcasmo, che è un modo ingeneroso di avvicinarsi agli altri.
– Giorgio Gaber, 1992
Voi, che scrivete libri e articoli di giornale, scrivete ma non ci siete. Siete molto malridotti. La gente non vi conosce, e se vi accetta lo fa solo per quello che avete scritto, ma non vi accetta come persone, per cui in realtà siete accettati a metà, forse anche meno. Il teatro, viceversa, è una forma di comunicazione molto più totale: le prime volte che mi ci avventuravo avevo la sensazione fortissima che il pubblico accettasse tutto di me: la mia andatura un po’ claudicante, il mio fisico, la mia voce, il mio naso… e non è poco.
Non è poco sentirsi accettati così totalmente.
– Giorgio Gaber, intervista, 2002
Io ho un amico. È un ragazzo giovane, intelligente, preparato. Molto preparato. E non gli vai mai bene niente, mai. Le canzoni, lo spettacolo, il finale… Un rompiballe, insomma.
Lui mi fa, lui dice: “va be’, va be’, tu vuoi arrivare al negativo, alla distruzione, all’autodistruzione. Forse potrà servire a qualcosa, forse, ma poi” e aggiunge forte “Ce l’hai il biglietto di ritorno?”.
Mah, non capisco. Cosa vuole da me? Non vorrà mica un’indicazione, un risvolto positivo, una soluzione? No. Non ho il biglietto di ritorno. E poi comunque – dico comunque – fatto da me, da qui sopra, su un palcoscenico, un po’ in alto… no, sarebbe sempre un biglietto cumulativo… sì, di quelli che li fa uno per tutti, no?
Basta. Io credo che ognuno deve guardare molto dentro di sé.
Solitudine? No. Un momento necessario, perché quello collettivo sia un gesto naturale, non velleitario. Voglio dire… sì, d’accordo, tutti insieme, tutti su uno stesso treno. Ma ognuno col suo biglietto.
– Giorgio Gaber, monologo finale di “Far finta di essere sani”, 1973
La coscienza è come l’organo sessuale.
O fa nascere la vita, o fa pisciare.
– Giorgio Gaber
Secondo me le donne
quando ci scelgono non amano proprio noi,
forse una proiezione, un sogno,
un’immagine che hanno dentro.
Ma quando ci lasciano siamo proprio noi
quelli che non amano più.
– “Secondo me la donna”, Giorgio Gaber
M’indigno molto meno di un tempo. Mi sono assuefatto allo sfascio e al ridicolo. Quando si sorride per le cose che non vanno, non c’è più spazio per la rabbia, che invece sarebbe ancora tanto utile. Io tifo di più per l’autoironia, il guardare se stessi da un’altra angolazione, cercando di capire qualcosa in più di ciò che siamo. L’ironia ci deve coinvolgere, altrimenti si trasforma in sarcasmo, che è un modo ingeneroso di avvicinarsi agli altri.
– Giorgio Gaber, 1992
Voi, che scrivete libri e articoli di giornale, scrivete ma non ci siete. Siete molto malridotti. La gente non vi conosce, e se vi accetta lo fa solo per quello che avete scritto, ma non vi accetta come persone, per cui in realtà siete accettati a metà, forse anche meno. Il teatro, viceversa, è una forma di comunicazione molto più totale: le prime volte che mi ci avventuravo avevo la sensazione fortissima che il pubblico accettasse tutto di me: la mia andatura un po’ claudicante, il mio fisico, la mia voce, il mio naso… e non è poco.
Non è poco sentirsi accettati così totalmente.
– Giorgio Gaber, intervista, 2002
Io ho un amico. È un ragazzo giovane, intelligente, preparato. Molto preparato. E non gli vai mai bene niente, mai. Le canzoni, lo spettacolo, il finale… Un rompiballe, insomma.
Lui mi fa, lui dice: “va be’, va be’, tu vuoi arrivare al negativo, alla distruzione, all’autodistruzione. Forse potrà servire a qualcosa, forse, ma poi” e aggiunge forte “Ce l’hai il biglietto di ritorno?”.
Mah, non capisco. Cosa vuole da me? Non vorrà mica un’indicazione, un risvolto positivo, una soluzione? No. Non ho il biglietto di ritorno. E poi comunque – dico comunque – fatto da me, da qui sopra, su un palcoscenico, un po’ in alto… no, sarebbe sempre un biglietto cumulativo… sì, di quelli che li fa uno per tutti, no?
Basta. Io credo che ognuno deve guardare molto dentro di sé.
Solitudine? No. Un momento necessario, perché quello collettivo sia un gesto naturale, non velleitario. Voglio dire… sì, d’accordo, tutti insieme, tutti su uno stesso treno. Ma ognuno col suo biglietto.
– Giorgio Gaber, monologo finale di “Far finta di essere sani”, 1973
La coscienza è come l’organo sessuale.
O fa nascere la vita, o fa pisciare.
– Giorgio Gaber
Secondo me le donne
quando ci scelgono non amano proprio noi,
forse una proiezione, un sogno,
un’immagine che hanno dentro.
Ma quando ci lasciano siamo proprio noi
quelli che non amano più.
– “Secondo me la donna”, Giorgio Gaber
"M’indigno molto meno di un tempo. Mi sono assuefatto allo sfascio e al ridicolo. Quando si sorride per le cose che non vanno, non c’è più spazio per la rabbia, che invece sarebbe ancora tanto utile. Io tifo di più per l’autoironia, il guardare se stessi da un’altra angolazione, cercando di capire qualcosa in più di ciò che siamo. L’ironia ci deve coinvolgere, altrimenti si trasforma in sarcasmo, che è un modo ingeneroso di avvicinarsi agli altri."
"Voi, che scrivete libri e articoli di giornale, scrivete ma non ci siete. Siete molto malridotti. La gente non vi conosce, e se vi accetta lo fa solo per quello che avete scritto, ma non vi accetta come persone, per cui in realtà siete accettati a metà, forse anche meno. Il teatro, viceversa, è una forma di comunicazione molto più totale: le prime volte che mi ci avventuravo avevo la sensazione fortissima che il pubblico accettasse tutto di me: la mia andatura un po’ claudicante, il mio fisico, la mia voce, il mio naso… e non è poco.
Non è poco sentirsi accettati così totalmente."
"Io ho un amico. È un ragazzo giovane, intelligente, preparato. Molto preparato. E non gli vai mai bene niente, mai. Le canzoni, lo spettacolo, il finale… Un rompiballe, insomma.
Lui mi fa, lui dice: “va be’, va be’, tu vuoi arrivare al negativo, alla distruzione, all’autodistruzione. Forse potrà servire a qualcosa, forse, ma poi” e aggiunge forte “Ce l’hai il biglietto di ritorno?”.
Mah, non capisco. Cosa vuole da me? Non vorrà mica un’indicazione, un risvolto positivo, una soluzione? No. Non ho il biglietto di ritorno. E poi comunque – dico comunque – fatto da me, da qui sopra, su un palcoscenico, un po’ in alto… no, sarebbe sempre un biglietto cumulativo… sì, di quelli che li fa uno per tutti, no?
Basta. Io credo che ognuno deve guardare molto dentro di sé.
Solitudine? No. Un momento necessario, perché quello collettivo sia un gesto naturale, non velleitario. Voglio dire… sì, d’accordo, tutti insieme, tutti su uno stesso treno. Ma ognuno col suo biglietto."
"La coscienza è come l’organo sessuale.
O fa nascere la vita, o fa pisciare."
"Secondo me le donne
quando ci scelgono non amano proprio noi,
forse una proiezione, un sogno,
un’immagine che hanno dentro.
Ma quando ci lasciano siamo proprio noi
quelli che non amano più."

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