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Mi scuso per la lunghezza della mia lettera, ma non ho avuto il tempo di scriverne una più breve.
– Blaise Pascal, Lettres Provinciales, XVI, 1656
M’indigno molto meno di un tempo. Mi sono assuefatto allo sfascio e al ridicolo. Quando si sorride per le cose che non vanno, non c’è più spazio per la rabbia, che invece sarebbe ancora tanto utile. Io tifo di più per l’autoironia, il guardare se stessi da un’altra angolazione, cercando di capire qualcosa in più di ciò che siamo. L’ironia ci deve coinvolgere, altrimenti si trasforma in sarcasmo, che è un modo ingeneroso di avvicinarsi agli altri.
– Giorgio Gaber, 1992
Voi, che scrivete libri e articoli di giornale, scrivete ma non ci siete. Siete molto malridotti. La gente non vi conosce, e se vi accetta lo fa solo per quello che avete scritto, ma non vi accetta come persone, per cui in realtà siete accettati a metà, forse anche meno. Il teatro, viceversa, è una forma di comunicazione molto più totale: le prime volte che mi ci avventuravo avevo la sensazione fortissima che il pubblico accettasse tutto di me: la mia andatura un po’ claudicante, il mio fisico, la mia voce, il mio naso… e non è poco.
Non è poco sentirsi accettati così totalmente.
– Giorgio Gaber, intervista, 2002
L’altro non deve solo offrirci doni che possiamo far nostri, ma anche la possibilità di ripagarlo con le nostre idealizzazioni e speranze, con le sue bellezze nascoste e il suo fascino a lui stesso inconsapevole.
– Georg Simmel, “Sulla psicologia della discrezione”, 1906, in “Sull’intimità”

Perdonami se ti cerco così
goffamente, dentro di te.

Perdonami il dolore, qualche volta.
È che da te voglio estrarre il tuo migliore tu.

Quello che non vedesti e che io vedo,
immerso nel tuo fondo, preziosissimo.

E afferrarlo e tenerlo in alto
come trattiene l’albero l’ultima luce che gli viene dal sole.

E allora tu
verresti a cercarlo, in alto.

Per raggiungerlo, alzata su di te, come ti voglio,
sfiorando appena il tuo passato con le punte rosate dei tuoi piedi,
tutto il corpo in tensione d’ascesa da te a te.

E allora al mio amore risponda
la creatura nuova che tu eri.

– “Perdonami se ti cerco così”, Pedro Salinas, da “La voce a te dovuta
Io ho un amico. È un ragazzo giovane, intelligente, preparato. Molto preparato. E non gli vai mai bene niente, mai. Le canzoni, lo spettacolo, il finale… Un rompiballe, insomma.
Lui mi fa, lui dice: “va be’, va be’, tu vuoi arrivare al negativo, alla distruzione, all’autodistruzione. Forse potrà servire a qualcosa, forse, ma poi” e aggiunge forte “Ce l’hai il biglietto di ritorno?”.
Mah, non capisco. Cosa vuole da me? Non vorrà mica un’indicazione, un risvolto positivo, una soluzione? No. Non ho il biglietto di ritorno. E poi comunque – dico comunque – fatto da me, da qui sopra, su un palcoscenico, un po’ in alto… no, sarebbe sempre un biglietto cumulativo… sì, di quelli che li fa uno per tutti, no?
Basta. Io credo che ognuno deve guardare molto dentro di sé.
Solitudine? No. Un momento necessario, perché quello collettivo sia un gesto naturale, non velleitario. Voglio dire… sì, d’accordo, tutti insieme, tutti su uno stesso treno. Ma ognuno col suo biglietto.
– Giorgio Gaber, monologo finale di “Far finta di essere sani”, 1973

Le passanti

La mia fantasia ha un grave errore di fabbricazione: non conosce le mezze misure. Potrei innamorarmi di quasi tutte le donne del mondo. O di nessuna.

C’è una discrepanza tra il sogno e la realtà, notevole.
Però può anche succedere che qualche sogno non si avveri: non è una tragedia, è un dolore. La vera tragedia, e spero che siamo tutti d’accordo, è quando abbiamo la stessa voglia, lo stesso amore, la stessa passione - nello stesso medesimo tempo - per un sogno e una realtà che si escludono a vicenda. La tragedia è quando si mischiano, quando non sappiamo più a cosa dar ragione.
La felicità invece è poter abitare queste due stanze separatamente, e voler bene sia alla realtà che al sogno. Insieme o divise.
– Roberto Vecchioni
Non sono qualunquista, solo faccio fatica a trovare delle idee che mi assomiglino.
– Samuele Bersani
Mi scuso per la lunghezza della mia lettera, ma non ho avuto il tempo di scriverne una più breve.
– Blaise Pascal, Lettres Provinciales, XVI, 1656
M’indigno molto meno di un tempo. Mi sono assuefatto allo sfascio e al ridicolo. Quando si sorride per le cose che non vanno, non c’è più spazio per la rabbia, che invece sarebbe ancora tanto utile. Io tifo di più per l’autoironia, il guardare se stessi da un’altra angolazione, cercando di capire qualcosa in più di ciò che siamo. L’ironia ci deve coinvolgere, altrimenti si trasforma in sarcasmo, che è un modo ingeneroso di avvicinarsi agli altri.
– Giorgio Gaber, 1992
Voi, che scrivete libri e articoli di giornale, scrivete ma non ci siete. Siete molto malridotti. La gente non vi conosce, e se vi accetta lo fa solo per quello che avete scritto, ma non vi accetta come persone, per cui in realtà siete accettati a metà, forse anche meno. Il teatro, viceversa, è una forma di comunicazione molto più totale: le prime volte che mi ci avventuravo avevo la sensazione fortissima che il pubblico accettasse tutto di me: la mia andatura un po’ claudicante, il mio fisico, la mia voce, il mio naso… e non è poco.
Non è poco sentirsi accettati così totalmente.
– Giorgio Gaber, intervista, 2002
L’altro non deve solo offrirci doni che possiamo far nostri, ma anche la possibilità di ripagarlo con le nostre idealizzazioni e speranze, con le sue bellezze nascoste e il suo fascino a lui stesso inconsapevole.
– Georg Simmel, “Sulla psicologia della discrezione”, 1906, in “Sull’intimità”

Perdonami se ti cerco così
goffamente, dentro di te.

Perdonami il dolore, qualche volta.
È che da te voglio estrarre il tuo migliore tu.

Quello che non vedesti e che io vedo,
immerso nel tuo fondo, preziosissimo.

E afferrarlo e tenerlo in alto
come trattiene l’albero l’ultima luce che gli viene dal sole.

E allora tu
verresti a cercarlo, in alto.

Per raggiungerlo, alzata su di te, come ti voglio,
sfiorando appena il tuo passato con le punte rosate dei tuoi piedi,
tutto il corpo in tensione d’ascesa da te a te.

E allora al mio amore risponda
la creatura nuova che tu eri.

– “Perdonami se ti cerco così”, Pedro Salinas, da “La voce a te dovuta
Io ho un amico. È un ragazzo giovane, intelligente, preparato. Molto preparato. E non gli vai mai bene niente, mai. Le canzoni, lo spettacolo, il finale… Un rompiballe, insomma.
Lui mi fa, lui dice: “va be’, va be’, tu vuoi arrivare al negativo, alla distruzione, all’autodistruzione. Forse potrà servire a qualcosa, forse, ma poi” e aggiunge forte “Ce l’hai il biglietto di ritorno?”.
Mah, non capisco. Cosa vuole da me? Non vorrà mica un’indicazione, un risvolto positivo, una soluzione? No. Non ho il biglietto di ritorno. E poi comunque – dico comunque – fatto da me, da qui sopra, su un palcoscenico, un po’ in alto… no, sarebbe sempre un biglietto cumulativo… sì, di quelli che li fa uno per tutti, no?
Basta. Io credo che ognuno deve guardare molto dentro di sé.
Solitudine? No. Un momento necessario, perché quello collettivo sia un gesto naturale, non velleitario. Voglio dire… sì, d’accordo, tutti insieme, tutti su uno stesso treno. Ma ognuno col suo biglietto.
– Giorgio Gaber, monologo finale di “Far finta di essere sani”, 1973

Le passanti

La mia fantasia ha un grave errore di fabbricazione: non conosce le mezze misure. Potrei innamorarmi di quasi tutte le donne del mondo. O di nessuna.

C’è una discrepanza tra il sogno e la realtà, notevole.
Però può anche succedere che qualche sogno non si avveri: non è una tragedia, è un dolore. La vera tragedia, e spero che siamo tutti d’accordo, è quando abbiamo la stessa voglia, lo stesso amore, la stessa passione - nello stesso medesimo tempo - per un sogno e una realtà che si escludono a vicenda. La tragedia è quando si mischiano, quando non sappiamo più a cosa dar ragione.
La felicità invece è poter abitare queste due stanze separatamente, e voler bene sia alla realtà che al sogno. Insieme o divise.
– Roberto Vecchioni
Non sono qualunquista, solo faccio fatica a trovare delle idee che mi assomiglino.
– Samuele Bersani
"Mi scuso per la lunghezza della mia lettera, ma non ho avuto il tempo di scriverne una più breve."
"M’indigno molto meno di un tempo. Mi sono assuefatto allo sfascio e al ridicolo. Quando si sorride per le cose che non vanno, non c’è più spazio per la rabbia, che invece sarebbe ancora tanto utile. Io tifo di più per l’autoironia, il guardare se stessi da un’altra angolazione, cercando di capire qualcosa in più di ciò che siamo. L’ironia ci deve coinvolgere, altrimenti si trasforma in sarcasmo, che è un modo ingeneroso di avvicinarsi agli altri."
"Voi, che scrivete libri e articoli di giornale, scrivete ma non ci siete. Siete molto malridotti. La gente non vi conosce, e se vi accetta lo fa solo per quello che avete scritto, ma non vi accetta come persone, per cui in realtà siete accettati a metà, forse anche meno. Il teatro, viceversa, è una forma di comunicazione molto più totale: le prime volte che mi ci avventuravo avevo la sensazione fortissima che il pubblico accettasse tutto di me: la mia andatura un po’ claudicante, il mio fisico, la mia voce, il mio naso… e non è poco.
Non è poco sentirsi accettati così totalmente."
"L’altro non deve solo offrirci doni che possiamo far nostri, ma anche la possibilità di ripagarlo con le nostre idealizzazioni e speranze, con le sue bellezze nascoste e il suo fascino a lui stesso inconsapevole."
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Perdonami se ti cerco così
goffamente, dentro di te.

Perdonami il dolore, qualche volta.
È che da te voglio estrarre il tuo migliore tu.

Quello che non vedesti e che io vedo,
immerso nel tuo fondo, preziosissimo.

E afferrarlo e tenerlo in alto
come trattiene l’albero l’ultima luce che gli viene dal sole.

E allora tu
verresti a cercarlo, in alto.

Per raggiungerlo, alzata su di te, come ti voglio,
sfiorando appena il tuo passato con le punte rosate dei tuoi piedi,
tutto il corpo in tensione d’ascesa da te a te.

E allora al mio amore risponda
la creatura nuova che tu eri.

"
"Io ho un amico. È un ragazzo giovane, intelligente, preparato. Molto preparato. E non gli vai mai bene niente, mai. Le canzoni, lo spettacolo, il finale… Un rompiballe, insomma.
Lui mi fa, lui dice: “va be’, va be’, tu vuoi arrivare al negativo, alla distruzione, all’autodistruzione. Forse potrà servire a qualcosa, forse, ma poi” e aggiunge forte “Ce l’hai il biglietto di ritorno?”.
Mah, non capisco. Cosa vuole da me? Non vorrà mica un’indicazione, un risvolto positivo, una soluzione? No. Non ho il biglietto di ritorno. E poi comunque – dico comunque – fatto da me, da qui sopra, su un palcoscenico, un po’ in alto… no, sarebbe sempre un biglietto cumulativo… sì, di quelli che li fa uno per tutti, no?
Basta. Io credo che ognuno deve guardare molto dentro di sé.
Solitudine? No. Un momento necessario, perché quello collettivo sia un gesto naturale, non velleitario. Voglio dire… sì, d’accordo, tutti insieme, tutti su uno stesso treno. Ma ognuno col suo biglietto."
Le passanti
"C’è una discrepanza tra il sogno e la realtà, notevole.
Però può anche succedere che qualche sogno non si avveri: non è una tragedia, è un dolore. La vera tragedia, e spero che siamo tutti d’accordo, è quando abbiamo la stessa voglia, lo stesso amore, la stessa passione - nello stesso medesimo tempo - per un sogno e una realtà che si escludono a vicenda. La tragedia è quando si mischiano, quando non sappiamo più a cosa dar ragione.
La felicità invece è poter abitare queste due stanze separatamente, e voler bene sia alla realtà che al sogno. Insieme o divise."
"Non sono qualunquista, solo faccio fatica a trovare delle idee che mi assomiglino."

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